Evidenze e risultati

I benefici riscontrabili nell’utilizzo delle pratiche di consapevolezza e di meditazione è ormai reperibile nella letteratura mondiale degli ultimi decenni, sia a livello psicologico -transpersonale che neuroscientifico.  Tali riscontri si evidenziano sia nel  mantenimento/miglioramento di un equilibrio mentale già raggiunto, che nel campo della prevenzione e in ambito patologico (stati di ansia e panico, depressione, disturbi alimentari, riduzione componente maniacale, ecc).
Anche nel contesto penitenziario si verificano risultati positivi, ma solo in campo preventivo e psicopatologico, essendo la popolazione detenuta generalmente priva di uno stato di equilibrio e di armonia della mente.
La tipologia dei disturbi mentali riscontrabili è estremamente disomogenea, differente per natura, cultura, contesto, età e va da stati di lieve disequilibrio anche di natura reattiva, a stati francamente più connotati in senso psicopatologico, psichiatrico e con evoluzioni in senso psicosomatico.
In relazione alla struttura di personalità si differenziano le tipologie di reato, il numero di anni trascorsi nel delinquere e le eventuali recidive; come in ogni altro ambito caratterizzato da lunghi periodi di permanenza e da disagio elevato (in questo caso, il termine disagio è spesse volte decisamente riduttivo), si ritrovano sindromi specifici: sindromi da ingresso,  sindromi da carcerazione o prisonizzazione (Clemmer).

Il lavoro proposto nelle differenti declinazioni (vedi sezione Cosa facciamo) ha evidenziato risultati significativi sia in ambito preventivo che psicopatologico.
E’ possibile distinguere i risultati in 3 livelli:

A. Partecipazione al gruppo
B. Interiorizzazione personale e conseguenze socio-relazionali
C. Interiorizzazioni profonde e continuative nel post-detenzione

A. Partecipazione al gruppo

Il primo livello di beneficio si riscontra nel sorgere della motivazione: in questo caso si traduce nel desiderio di uscire dalla cella, di frequentare un gruppo, acquisendo strumenti quali la capacità di ascoltare, di giudicare con meno urgenza e durezza, di esporre il proprio pensiero e di praticare il più possibile l’autenticità.  Non sempre ciò è percorribile e le modalità di partecipazione si differenziano precocemente.
Stare nel gruppo significa altresì maturare la fiducia in sé stessi e soprattutto nei compagni, argomento alquanto difficile in ambito carcerario. Significa anche stare in un clima di distensione e di rilassamento, respirando un’energia alquanto differente da quella presente in altri ambiti  (“Due ore d’aria per la mente” è il titolo al gruppo proposto da un partecipante).
Si tratta dello scopo minimale e generalmente poco rappresentato dalle persone che hanno partecipato ai corsi proposti. Coloro che partecipano ai gruppi con scarsa motivazione: o maturano poi un interesse più profondo, oppure, dopo un limitato periodo di tempo, si allontanano.

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B. Interiorizzazione personale e conseguenze socio-relazionali

I percorsi proposti costituiscono un training di addestramento mentale (in termini tibetani è come si trattasse di un “lojong”) che, qualora venga seguito con continuità e svolto anche durante la settimana con letture, meditazioni e riflessioni, conduce all’interiorizzazione di quanto ascoltato e praticato. Interiorizzare significa far proprio qualcosa, elaborando e trasferendo un’esperienza negli schemi mentali che subiscono variazioni; tale variazione comporta la modifica dei modelli comportamentali e quindi la riduzione o eliminazione degli automatismi, ovvero dei comportamenti messi in atto per abitudine, senza consapevolezza, ormai appresi e consolidati negli anni.
Quanto detto comporta conseguenze significative nella vita quotidiana, sia nel ristretto spazio della cella dove spesse volte la convivenza forzata con una o più persone è molto conflittuale, che nello spazio del reparto, luogo di incontri, socializzazione e al contempo di litigi, risse, pestaggi.

In relazione a ciò, i benefici che ne derivano sono così elencabili:

– avvio di un processo di stabilizzazione della mente in stati di maggior quiete e benessere
– utilizzo delle pratiche di consapevolezza nei momenti di difficoltà
– riconoscimento dei modelli comportamentali automatici e riduzione degli stessi
– netta riduzione degli agiti aggressivi
– netta riduzione della componente depressiva
– utilizzo della disidentificazione tra “persona”-”autore di reato”, mediante l’utilizzo della compassione e del perdono nei confronti delle proprie zone d’ombra che hanno condotto alle differenti condotte criminali
– aumento della capacità empatica, di ascolto e di condivisione, con maggiore disponibilità nell’aiutare altre persone (utilizzo delle pratiche fondate sulla compassione e sull’amorevole gentilezza)
– miglioramento nelle relazioni con i familiari durante i colloqui mensili, maggiore disponibilità al dialogo e alla comprensione
– avvio di un processo elaborativo circa la vittima di reato o persone implicate verso le quali sono presenti sentimenti di vendetta, tappe lunghe e complesse che prevedono l’utilizzo della comprensione, della compassione, del lasciar andare, del perdono
– avvio alla possibilità di vivere in modo pieno la “pena trattamentale”, utilizzando il tempo da trascorrere in carcere per effettuare un lavoro su di sé e rendendo la vita detentiva (qualora l’Istituto penitenziario ne offra le possibilità) un’opportunità da sfruttare

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C.  Interiorizzazioni profonde e continuative nel post-detenzione

Nel follow up sino ad ora evidenziato, si sono riscontrate situazioni in cui le persone hanno chiesto di continuare il percorso effettuato, frequentando gruppi di meditazione e a volte mantenendo il contatto con l’operatore conosciuto in carcere.
In alcuni casi le persone tornate in libertà si sono offerte di fornire un contributo alla  Onlus, in base alle proprie competenze, diventandone soci (ciò costituisce certamente un valore aggiunto al team operativo).
Al di là di tali specifiche situazioni, l’obiettivo maggiore delle attività proposte è costituito proprio dalla possibilità di fornire strumenti idonei ad ogni circostanza della vita  e che quindi permangano nel tempo. Nello specifico dello stato post detentivo, si è notata la capacità di  mantenimento dei mezzi abili acquisiti come strumenti in più sia per evitare il rischio di recidiva, che per riprendere relazioni in ambito familiare o addirittura nei confronti di vittime o di persone implicate nel reato, riducendo o annullando appunto i desideri di risentimento o di vendetta.

In relazione ai diversi Istituti e in base alla tipologia di Reparto, i drop out sono da ritenere scontati e prevedibili, così come in ogni attività trattamentale proposta dagli educatori: qualora le attività non siano obbligatoriamente prescritte, normalmente la popolazione detenuta si iscrive a tanti corsi (anche per fornire una bella impressione al proprio educatore) per poi abbandonare il gruppo dopo pochi incontri. I gruppi rappresentano anche un modo per uscire dalla cella, per distrarsi, per vedere e conoscere persone esterne al carcere. L’uscita dal gruppo, naturalmente, non avviene quando è presente uno specifico interesse per l’attività svolta o in presenza di una spinta evolutiva attualizzante.
Data quindi la premessa, in questi anni si è notato che, tolta la fisiologica scrematura iniziale, i corsisti difficilmente abbandonano il corso, se non per ragioni contingenti (fine pena, trasferimento di reparto con relativa impossibilità di riprendere la frequentazione), anzi manifestano un interesse sempre più profondo e continuativo.
A riprova di questo, si segnala all’interno del Reparto un tam tam che comporta la presenza di nuove iscrizioni su invito dei partecipanti o, ancora di più, sulla base dei cambiamenti comportamentali che vengono notati in cella o in corridoio.

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